Associazione Italiana Sommeliers
Delegazione di Cremona

DEGUSTAZIONE:
"Le scelte coraggiose di Andrea Franchetti:

dalla Val d'Orcia... a 1.000 metri sulle pendici dell'Etna". "

3 maggio 2005

 


Il 3 maggio scorso, la Delegazione di Cremona dell'Associazione Italiana Sommelier, ha incontrato Andrea Franchetti.

E qui, ai più, sorge spontanea una domanda: chi è?

È sufficiente però citare il nome del vino di punta della sua produzione per rispondere alla domanda: Tenuta di Trinoro.

Sì, lui è il papà, il creatore di questo vino.

Un caso unico, nel nostro panorama enologico, un vino che ha raccolto forse più consensi oltralpe che non nella "nobil patria natia".

Andrea Franchetti, enologicamente parlando, nasce nel 1992 in Val d'Orcia.

Come lui stesso afferma, in quegli anni non era difficile fare qualche buon affare.

Fu cosi che, "fulminato dal posto", lui, romano di origine, acquista per "quattro soldi" un cascinale diroccato, cinquanta ettari di terra e comincia la sua avventura.

Forte di alcune radicate convinzioni e di quanto appreso da alcuni amici nella zona del bordeaux, comincia dal vigneto.

Rese bassissime, 5 grappoli a pianta (300-400 grammi di uva) e una vendemmia attenta cogliere il grado di maturazione desiderato.

La scelta dei vitigni è, come emerge dai suoi discorsi, un fatto emozionale.

Esce dalle correnti che prediligono l'utilizzo di vitigni internazionali, oppure quelle che prediligono quelli autoctoni.

Per lui quello che conta è il risultato finale, il vino, che deve essere buono.

E anche quando sceglie i vitigni "internazionali", lo fa perché gli offrono quel prodotto di qualità che lo emoziona.

Contesta altresì che sia solamente il vitigno autoctono a rappresentare un territorio.

In ogni caso apprendiamo che le sue scelte su tale tema, sono state più istintive che razionali.

Come possiamo anche verificare dai prodotti dell'azienda, i suoi cavalli di battaglia, sono il cabernet franc e il cesanese d'Affile.

Lo è soprattutto quest'ultimo, di origine incerta, ma presente nel Lazio fin dal 1700.

Quasi dimenticato dai più e ormai quasi scomparso, è stato, possiamo ben dirlo, reinventato da Andrea Franchetti che è diventato un punto di riferimento per chi volesse cimentarsi nella sua coltivazione.

In cantina troviamo grande cura, attenzione e pulizia, ma non ipertecnologia: quest'ultima, secondo Andrea Franchetti, non serve a nulla, se non a fare grandi volumi.

Anche il controllo delle temperature lo ritiene utile solo per una corretta partenza della fermentazione che deve essere parossistica e vigorosa.

Per la fermentazione si affida esclusivamente a lieviti indigeni selezionati.

Ogni anno vengono effettuate circa 40 fermentazioni diverse.

In pratica nascono circa quaranta vini diversi.

Solo i migliori, debitamente assemblati, confluiscono nel prodotto di punta dell'azienda.

Dal resto nascono "Le Cupole".

A questo punto assaggiamo, questi vini.

Il primo ad essere servito è stato Le Cupole 2003 IGT Rosso Toscana.

Questo che, come già accennato, è in pratica il secondo vino, si presenta con un assemblaggio quantomeno insolito: 43% di cabernet franc, 36% di merlot, 12% di cabernet sauvignon e una piccola percentuale di uva di Troia e cesanese d'Affile.

Dichiara il 13,5% di gradazione alcolica.

Transita per un breve periodo, sei, sette mesi in barriques, quindi completa l'affinamento in botti grandi.

Andrea Franchetti ritiene così di aver trovato il giusto equilibrio che non alteri i caratteri organolettici del vino.

Al naso si propone accattivante, fiorito, con gradevoli sentori di frutta, ciliegia soprattutto, e un accenno di foglie secche e sottobosco.

Analoghi sentori in bocca dove una buona freschezza e una buona tannicità lasciano intravedere buone possibilità di evoluzione.

Passiamo quindi al 2000. Qui la presenza del cabernet franc è ancora più accentuata (arriviamo al 78%).

La surmaturazione delle uve amplifica e uniforma le sensazioni gusto-olfattive già riscontrate nella precedente annata in degustazione, a cui si aggiungono una maggiore concentrazione e potenza. Qui abbiamo la dimostrazione dei grandi risultati che si possono ottenere con un uso molto equilibrato della barrique.

Il quinto vino in degustazione è un anteprima ancora incompiuta: il Tenuta di Trinoro 2004.

Appositamente imbottigliato per l'occasione, ma non ancora in commercio, porta nella sua carta d'identità una predominanza di merlot.

Le uve, anche in questo caso, leggermente surmaturate ci regalano su tutto delle piacevoli note balsamiche.

Il 2003 di Tenuta di Trinoro, sesto vino della serata, esplode imponente, grasso e quasi ridondante nella sua opulenza. Qui è netta la predominanza del cabernet sauvignon (42%) e del cabernet franc (37%). Ha grado alcolometrico importante: 14,5%. L'aspetto più sorprendente di questo vino è come, pur giovane e con dei caratteri tali da potergli consentire una eccellente tenuta nel tempo, ci regali già ora splendidi bagliori di maturità.

E infine passiamo a quello che per la sua particolarità, possiamo considerare il gioiello di famiglia: il Cincinnato 2003 IGT Rosso Toscana.

Lasciato per ultimo, tra i vini in degustazione, veste amabilmente, quasi come se fossimo ad un pranzo, i panni del dessert.

E del dessert ha i profumi, gli aromi: canditi, arancia, marzapane, profumi e sapori esotici.

La sua particolarità comincia dall'uva con il quale è prodotto: il cesanese d'Affile.

Il terreno, le rese come sempre bassissime e una surmaturazione delle uve (la vendemmia è a novembre) fanno il resto.

Imponente con il suo 14,5% di gradazione alcolica, raffinato nei profumi e negli aromi, è sicuramente un vino inconsueto sia per la zona dove viene prodotto (la val d'Orcia quasi a confini con l'Umbria e il Lazio), patria del sangiovese e dei supertuscans, sia per i caratteri organolettici che esprime.

È un vino che ha davanti a se un roseo futuro. Per dirla come i francesi: chapeau.

Non ci siamo dimenticati del terzo e del quarto vino in degustazione.

Li abbiamo volutamente lasciati per ultimi, perchè con questi due vini scendiamo in Sicilia e arriviamo alle pendici dell'Etna.

Stiamo parlando del Passopisciaro, prodotto per la prima volta nel 2001 e del quale abbiamo degustato le annate 2003 e 2002.

Il nerello mascalese, vinificato in purezza, è coltivato ad un'altezza tra i settecento e i millecento metri. Ci viene riferita la presenza di piante centenarie ancora franche di piede.

Anche qui ritroviamo le rese bassissime, riscontrate per il Tenuta di Trinoro e per gli altri vini dell'azienda, e una vendemmia tardiva con surmaturazione delle uve.

Dopo una macerazione molto lunga, passa un primo periodo in barriques per poi proseguire l'affinamento in botti grandi.

Al naso si presenta ancora un po' chiuso con un leggero odore di cartone, poi piano piano escono raffinate note di frutta sotto spirito e tabacco.

In bocca è un susseguirsi di emozioni e il vino evolve ad ogni sorso.

Caldo e avvolgente, fresco e morbido, fruttato e polposo, un attacco quasi dolce e soprattutto trovano conferma le bellissime note di frutta sotto spirito e tabacco. Sicuramente un grande vino.

E sicuramente grande è stata tutta serata. Splendida, un concentrato di emozioni per palati fini e un altro fiore all'occhiello per la nostra delegazione.

 

Marco Morlotti

 


 

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